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Tracksuit: due pezzi d’intramontabile storia

21.09.2018 | By PAOLO BOCCHI

Atleti, mafiosi, attori, spacciatori, rapper, modelle, strozzini, calciatori, artisti, designer: tutti, indistintamente, indossano, ovunque, e in ogni occasione, questo intramontabile capo, nato negli anni ’30: ladies and gentlemen, tracksuit!

 

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Tracksuit.
Più banalmente, e forse, un tantino, anche più popolarmente, in italiano,
“tuta da ginnastica”. Un classico. Un due pezzi intramontabile, dal momento in cui sorse il suo sole, nel 1930: l’alba di uno strumento atto a mantenere caldi i muscoli degli atleti nel pre-gara, momento in cui le leggere uniformi sportive non sarebbero bastate a garantire la temperatura corporea necessaria alle sfide ginniche a venire.
Due pezzi facili da indossare, comodi, e facili da togliere, al momento giusto, pochi attimi prima dell’agognato “start”.
Tracksuit.
40 anni dopo, negli anni ’70, la “tuta da ginnastica” (indossata nel frattempo anche da giovani studenti nelle ore scolastiche dedicate all’esercizio fisico), incontra il pianeta “fashion”,
un pianeta allora distante anni luce dalla semplicità e dalla funzionalità dei due pezzi della tuta ginnica.

 

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È il momento in cui poliestere e velour si adattano, e sposano nuovi modi di essere indossati e rappresentati. Contemporaneamente, anche il cinema scopre che la tuta da ginnastica può diventare un simbolo iconico. Bruce Lee, con le sue tute “marziali”, ne diventa l’esempio mediatico, immediatamente (1971). Uma Thurman, nel giallo tracksuit di Kill Bill, ne diventa la sua discepola prediletta, grazie a Quentin Tarantino (2003), più di 30 anni dopo.
Adidas è il marchio che più degli altri capisce al volo le potenzialità di questo capo, e già negli anni settanta decide di utilizzare un calciatore tedesco, il capitano della nazionale, Franz Beckenbauer (un idolo, un mito, una gloria senza-tempo), per lanciare una serie di “tute” che ancor oggi definiscono gli standard stilistici di ciò che è conosciuto ormai come tracksuit.
Il legame fra “sport” e “piacere” è stabilito. Non si fermerà più.
Anzi, estenderà i confini dell’area “piacere”.

Sempre Adidas, assocerà per prima la “tuta da ginnastica” al linguaggio rap, vestendo i 3 ragazzi dei RUN-DMC con le loro atletiche divise: due pezzi, tre strisce.
In questo caso, i discepoli sono stati infiniti, da Jamiroquai a Missy Elliot passando per “enne emuli”, più o meno all’altezza.
Agli inizi del 2000, un giapponese prende il concetto di tracksuit e lo trasforma, in maniera definitiva, rendendolo un capo da indossare anche in occasioni da “dress code required”.
Lui è Yohji Yamamoto, che per il brand a tre righe inizia una lunga collaborazione, elevando la popolare “tuta da ginnastica” a “qualcosa di unico”.
La matrice popolare della “tuta”, però, non-ostante Yoji e affini, non è mai scomparsa,
nel corso di anni e decenni. La classica tuta da sobborgo inglese, con tanto di catena d’oro al collo, fa ancora oggi “brutto&ghetto”. La periferia, del resto, rimane la quinta perfetta per la tuta da ginnastica. Almeno il “top” è fondamentale, e va sempre indossato, da Scampia a Manchester, dal pusher allo strozzino.

Tracksuit: alti&bassi, si potrebbe dire, per riassumere il tutto.
Un due pezzi che frequenta senza pregiudizi sia le violente periferie metropolitane che i red carpet dei più blasonati festival di questo mondo.

Indossate da James Gandolfini e compari, nella serie Soprano’s (con irripetibili versioni “absolutely mafia style’s” color marrone-nocciola), dai mini-gangster delle banlieues parigine (comandati da un seducente Vincent Cassel nel film L’odio), o sulle passerelle delle ultime sfilate (da ondeggianti modelli punkeggianti), le tute da ginnastica rappresentano la “democraticità vincente” di un capo che, nato per aiutare a gareggiare degli atleti al meglio, ha varcato ogni soglia e ogni confine e ogni barriera, entrando di diritto nella storia contemporanea della moda “per tutti”.