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Points of view

Theodore: quando la musica vince, emozionando

25.03.2019 | By PAOLO BOCCHI

“Migliaia e migliaia di produzioni musicali assalgono le nostre orecchie quotidianamente. Vengono ascoltate sbadatamente, e velocemente dimenticate. La musica di Theodore,
invece, arriva là dove serve. Emozionando. E rimanendo.”

Capita sempre meno frequentemente, purtroppo, di riuscire ad emozionarsi, al primo ascolto, di un artista. Forse perché, come diceva Battiato, siamo sempre più spesso “sommersi da immondizie musicali.” O forse, più semplicemente, perché c’è così tanta offerta musicale, oggi, che la domanda non ha nemmeno più il tempo di ascoltare con attenzione.
Capita sempre meno frequentemente di emozionarsi con la musica, è vero.

Ma, fortunatamente, capita ancora.
È successo con Theodore.
E con la sua Towards (for what is it to come).
È stato un attimo, una folgorazione.
E tutti i castelli critici pre-impostati nella memoria musicale di un cervello che ha ascoltato dai Kraftwerk ai Daft Punk; da Keith Jarrett a Francesco Tristano, da Rino Gaetano ai Baustelle, dai King Crimson a The Winstons, da Billie Holiday a Amy Winehouse, dai Bee Gees a Claptone, sono miseramente crollati, lasciando spazio a quel bellissimo momento in cui la musica vince su tutto, penetrando testa, cuore e corpo dell’ascoltatore.
È la magìa della musica. Un qualcosa di unico e ultraterreno.
Così è stato l’incontro con Theodore: magico.

Era una sera d’autunno, su di un’isola greca chiamata Syros, nella piazza principale della città di Hermoupolis, capitale delle Cicladi. Il mare alle spalle. Il vento a rinfrescare. Una band pronta a suonare; posizionata e illuminata sulle imponenti scale del Municipio.
Qualche nota di tastiera. Due bacchette a ticchettare sul bordo del rullante. E poi la voce.
L’inizio di un viaggio. Un bellissimo viaggio. Un volo. Ad alta quota.
Chiudere gli occhi, e lasciarsi andare. A occhi chiusi. Spaziando, dentro e fuori sé stessi.
I migliori Coldplay sembrano fondersi con i Pink Floyd più esplorativi.
Il Nick Cave istrionico sembra dividere il palco con un John Grant in forma smagliante.
A tratti, la profondità non solo vocale di Anthony and the Johnsons pare fare capolino,
su questo palco, in terra greca; un palco che questa sera sembra essere baciato dagli antichi Dei che qui sicuramente ancora dimorano.
Antica Grecia e Grecia Moderna si incontrano: in musica, nell’aria, per mare.
Theodore, chi sei?
Teodoro, dal greco Theos, Dio, e Doron, Dono: Dono di Dio.

Musicista multistrumentista, di stanza ad Atene, Theodore ha imparato a suonare il piano e la musica tradizionale greca fin dalla giovane età. Una volta raggiunta Londra, ha lì studiato Composizione Musicale, nell’anno 2011. Il suo percorso lo ha portato poi a dare alla luce il suo “debut album”, titolato It Is But It’s Not, mixato da mister Ken Thomas, uno che ha lavorato con gente del calibro di Moby e Sigur Ros. Per la band islandese dei Sigur Ros, Theodore ha anche aperto qualche show, ad esempio durante il Release Festival ad Atene.

Con oltre 2 milioni di visualizzazioni su YouTube, Theodore si è guadagnato il diritto a una seconda opportunità: un secondo LP, uscito a Novembre del 2018, il cui titolo è Inner Dynamics, e i cui singoli, Towards (bellissimo), Disorientation (mai titolo fu più azzeccato)
e Spit Blood Out (rock’n’roll-stop&go) hanno colpito più che favorevolmente anche i palati dei più sopraffini critici musicali. Di questo suo ultimo lavoro, Theodore dice “I was trying to express my urge to connect the conscious and subconscious part of myself so I can be creative. It’s an understanding that humans are not just one thing, and they shouldn’t try to hide certain elements of their personality because society likes to put labels on who we are. It’s the different sides of myself that make who I am”

Inner Dynamics è un disco che suona intimamente a 360°; non stanca mai, anzi, stupisce spesso, ascolto dopo ascolto. E alterna momenti di puro incanto, quando Theodore siede al piano, come in For a While, a momenti di pura estasi emotiva, come nella canzone che chiude l’album, Fluttering; “colonna sonora” che si vorrebbe ascoltare e riascoltare e riascoltare e riascoltare…
Capita sempre meno frequentemente, purtroppo, di riuscire ad emozionarsi, al primo ascolto, di un artista, si diceva all’inizio.
Ma quando succede, è bellissimo!