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Siamo tutti Frankenstein

30.01.2019 | By PAOLO BOCCHI

“Nel 1818 veniva pubblicato il libro di Mary Shelley intitolato “Frankenstein; or, The Modern Prometheus”. Si tratta della storia del dottor Victor Frankenstein e della gigantesca creatura alla quale diede vita. È il primo esempio di “science fiction”. E le sue pagine sono “mostruosamente attuali”. Leggere per credere.”

Siamo tutti Frankenstein. Chi più. Chi meno.
E viviamo tutti in una sorta di “science fiction”,
il cui nome del regista varia da zona a zona del pianeta.
La vita è una fiaba, in cui molto spesso forti elementi gotici e delicati episodi romantici
fanno da contrappunto a una sceneggiatura che ha dell’incredibile.
Si tratta di vite che paiono spesso immerse nella più bella delle serie tv, una serie in cui vita, morte, moralità, natura, limiti, confini, relazioni e interazioni raggiungono livelli altissimi.
Siamo tutti un po’ Frankenstein, specie a inizio anno.
Perché quando finisce il vecchio, e arriva il nuovo, occorre attrezzarsi per l’occorrenza. Fisicamente, ma soprattutto mentalmente.
Bisogna essere preparati, all’evento. Sapere e conoscere quali saranno le “tendenze a venire”, ed “essere pronti a trasformarsi di conseguenza”, fa parte del gioco.
Le nostre menti e i nostri corpi, allo scoccare del capodanno, si preparano per l’occasione
a cambiare, o a modificare, struttura interna e carapace esterno.
È l’evoluzione.
O almeno così pare.

 

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Nell’ormai lontanissimo 1818, vale a dire 200 e uno anni fa, Mary Shelley, nata Mary Wollstonecraft Godwin, nel mese di Agosto del 1797, diede alla luce il libro “Frankenstein; or, The Modern Prometheus”, raccontando, nero su bianco, una delle più attuali e profonde riflessioni sulla vita umana. Il tutto partendo da Prometeo, eroe greco assurto a simbolo di ribellione (sia all’ordine precostituito che agli Dei) e sinonimo di un sapere finalmente libero da condizionamenti di sorta.
Il dottor Frankenstein è il moderno Prometeo, nelle potenti pagine di Mary Shelley.
Pagine in cui Victor Frankenstein e la sua “gigantesca creatura”, il “mostro”, sono gli attori principali di una commedia che pare essere stata scritta oggi, tanto sono contemporanei gli argomenti trattati.
Osare, abbattere confini, superare i limiti: morali, fisici, culturali, religiosi.
Siamo tutti Frankenstein, chi più, chi meno. E siamo tutti “la gigantesca creatura”.
Tutti attori e spettatori di una spettacolare science fiction; tutti pronti a modificarsi, innestarsi, evolversi. Tutti frutto di una costante mutazione. Tutti adatti ad apportare nuove mutazioni.

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Siamo abituati, nella maggioranza dei casi, a sovrapporre alla parola Frankenstein l’immagine del Frankenstein Junior di Mel Brooks, film del 1974 divenuto icona immortale, e che si è appropriato, in maniera monopolistica, dell’immaginario legato al personaggio “Frankenstein”. Ma Frankenstein non è solo Mel Brooks.
Frankenstein è sinonimo di ricerca, di abbattimento di stereotipi, di superamento di barriere culturali, di evoluzione mentale prima che corporea, di adattamento strutturale, di modifiche tanto esteriori quanto interiori.
Frankenstein è il dottore che decide di diventare Dio;
assemblando “pezzi diversi” per ottenere una nuova autenticità in forma di vita.
Frankenstein sono le scelte quotidiane che ognuno compie, sfidando le abitudini
e le consuetudini, per avanzare nelle fredde e pericolose terre inesplorate dell’ignoto.
Il dottor Frankenstein e la sua “creatura” sono il “passo dopo”.
Frankenstein è il Matthew Barney di Cremaster Cycle.

 

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Frankenstein è il corpo plasmato di Orlan.

 

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Frankenstein è The Enigma con il suo puzzle tatuato.

 

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Frankenstein è l’opera The Monster’s Mother di Jim Mc Kenzie.

 

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Frankenstein è il Ranxerox partorito da Tamburini e Liberatore.

 

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Frankenstein sono Sarah Polley e Adrian Brody in Splice.

 

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Frankenstein sono le opere di Jesse Kanda.

 

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Frankenstein sono Lil Miquela, Shudu e Sophia
Frankenstein sono l’uomo Ken e la donna Barbie.
Siamo tutti, in fondo, il dottor Victor Frankenstein.
Siamo tutti, in fondo, la sua “gigantesca creatura”.
E siamo tutti, in fondo, moderni Prometeo.
O no?