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Possiamo davvero fidarci degli influencer?

22.02.2019

A meno che non abbiate vissuto sotto una roccia in questi ultimi anni, avrete sicuramente sentito del documentario Netflix o Hulu sul Fyre Festival, a.k.a. il peggior evento musicale mai realizzato nella storia, o – per dirla con le parole del suo fondatore – “il più grande evento degli ultimi 10 anni”. Ma nel caso in cui questa storia vi sia nuova, lasciate che sia io a presentarvi la più grande truffa del 2017.  

 

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Il Fyre Festival doveva essere una tre giorni all’insegna del lusso su un’isola privata delle Bahamas, organizzata da Billy McFarland, CEO di Fyre Media Inc e dal rapper Ja Rule. Immaginate perciò jet privati, spiagge bianchissime, ville ultra-lussuose, le esibizioni dei musicisti più richiesti al modo, cucina gourmet e modelle che passeggiano ovunque in bikini striminziti. Fantastico, vero? Sfortunatamente la realtà era un po’ diversa; più tipo: voli charter, tende fradicie da emergenza catastrofe e formaggio americano freddo su pane stantio.

A rendere tutto questo ancora più affascinante c’è stata tutta la questione della generosa promozione sui social dell’evento ad opera di alcune tra le più famose (e famosi) influencer e supermodelle/i del momento, in cambio di biglietti VIP, camere e centinaia di migliaia di dollari. Alcuni, come Kendall Jenner, hanno avuto la prontezza di cancellare l’ormai famigerato quadrato arancione dai loro post Instagram in tempo zero, mentre altri, come Hailey Baldwin, hanno devoluto il loro assegno in beneficenza tentando un salvataggio in extremis… giunto troppo tardi, però, per impedire al dubbio di insinuarsi nelle menti di migliaia di follower: potevano davvero fidarsi dei loro influencer preferiti?

 

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Negli ultimissimi anni, l’influencer marketing si è rivelato uno strumento fondamentale per brand e aziende, efficace soprattutto nella promozione di prodotti specifici a un pubblico esteso e a maggioranza giovanile. Ma cosa succede quando il tuo blogger, instagrammer o youtuber preferito diventa un manifesto ambulante? Ecco, succede il Fyre Festival.

 

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Naturalmente, anche il lavoro di influencer è regolamentato da una serie di norme. Nel Regno Unito, l’ASA (Advertising Standards Authority) ha recentemente inasprito i provvedimenti contro alcuni degli influencer più in vita del paese, colpevoli di non essersi attenuti alle leggi durante il 2017. Qualcosa di moto simile è accaduto agli influencer statunitensi, con la richiesta della FTC (Federal Trade Commission) di menzionare chiaramente quando un post include regali da brand, pubblicità o contenuti sponsorizzati, a partire dal 2016.

Le regole sono chiare: dire quando si è ricevuto un compenso e quando l’oggetto del post è un regalo o un prestito, specificare chiaramente qual è il proprio rapporto con un brand/business e non essere ambigui quando si tratta di product placement. Semplice, vero? Eppure, non tutti sono disposti a giocare a queste regole.

 

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D’altra parte, è facile capire perché alcuni brand siano spesso disposti ad aggirare le regole o alzare il chèque per un post promozionale non dichiarato, che a un occhio poco allenato sembra naturale e spontaneo. E se molti influencer hanno iniziato a giocare a carte scoperte, molti altri ancora non lo fanno, temendo di perdere la fiducia e l’attenzione dei follower, o gonfiano artificialmente il loro seguito online. Come lo so? Perché io stessa sono stata quella che oggi si definirebbe una “micro-influencer” e, credetemi, ne ho viste e sentite di tutti i colori.

In effetti, si potrebbe pensare che l’inganno stia alla base del concetto stesso di influencer. Dopotutto, gli influencer ricevono offerte dai brand in continuazione, perciò il pubblico dovrebbe – in teoria – potersi fidare, assumendo che promuovano solo prodotti che davvero apprezzano. Ma, quando ci sono di mezzo migliaia di dollari, distinguere tra ciò che è etico e ciò che non lo è diventa un po’ più difficile.

Penserete che il pubblico, in qualche modo, ignori il fatto che l’influencer marketing alla fine sia, appunto, nient’altro che uno strumento di marketing… ma è davvero così? Non secondo il sondaggio lanciato da Dealspotr, in cui il 52% dei millennial dichiara di fidarsi degli influencer meno di  prima. Forse la colpa non è stata tutta del Fyre Festival, ma la storia di questo disastro ha rappresentato senza dubbio un eye-opener per molti tra coloro che hanno seguito la storia sui social media l’anno scorso.

 

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Un post condiviso da Only us can make you happy 💞😋 (@syuniversal) in data:

Billy McFarland disse, in una frase ormai famosa, che il Fyre Festival “vendeva un miraggio”; ma non è forse questa, in qualche modo, l’essenza dell’influencer marketing? Adesso, grazie a Hulu e Netflix, la gente potrà finalmente vedere come spesso appare la realtà dietro il sogno, che abbia la forma di un triste panino al formaggio impacchettato nello styrofoam o di una lezione a prendere tutto ciò che vedi e leggi online con un po’ di buon senso.