Culture

Michael Anastassiades: quando il design è pura poesia

15.03.2019 | By PAOLO BOCCHI

Michael Anastassiades è un poeta del design. Avvicinarsi ai suoi lavori riporta ai tempi gloriosi del vero design, quello fatto di dettagli, cura, attenzione. Un design che toglie, da sempre, inutili orpelli, per arrivare all’essenza del progetto

Ci sono attimi che rimangono scolpiti nella memoria, in maniera perfetta.
Sono gli attimi indimenticabili. Quelli che restano, per sempre.
Passano gli anni, magari. Ma quando si ha la fortuna di vivere uno di quei momenti,
il ricordo dell’emozione provata è sempre vivo, nitido, lucido.
Avvenne durante un Salone del Mobile, a Milano.
Padiglioni e padiglioni e padiglioni.
Passi, metri, chilometri.
Mobili, cucine, poltrone, sedie, luci.
Lampade, piantane, lampadari.
Poi, improvvisa, la folgorazione.
Un semplice filo, a lasciare un segno eterno.
Quel filo che porta l’elettricità dalla presa di corrente alla lampadina.
Un filo che, quasi sempre, non si sa dove mettere, come nascondere, cosa farne.
Quel filo che si arrotola negli angoli più reconditi,
che stona col suo colore sempre diverso dalle pareti,
e che è sempre o troppo corto o troppo lungo.
Un filo.
A segnare un padiglione, e a renderlo unico.
Un filo.
E le persone presenti, la gente, la folla, sparirono.
Un filo. Certo.
Ma che filo!
Comandava lo spazio, dettava i ritmi, delineava i percorsi.
Era come entrare in uno spazio a sua volta suddiviso in mille altri spazi,
come se una delicata e appuntita matita avesse osato disegnare, nel vuoto,
qualcosa che nessuno prima aveva mai né immaginato né pre-visto.

Un filo che partiva da un punto per arrivare infine a “dare luce”, come da suo compito funzionale, ma che, nel tragitto, compiva dritte diramazioni, generando così nuovi punti di vista e raffinate geometriche textures.
A bocca aperta, il naso all’insù, gli occhi seguivano lo svolgimento lineare del filo, quasi che a cavallo di quel filo ci fosse un invisibile funambolo, in elegante equilibrio, a sorprendere.
Tutto il resto era scomparso. Salone, Padiglioni, Oggetti: nulla più.
La testa era occupata a seguire quel filo d’Arianna che tesseva nere ragnatele rette, nell’àmbito di un semplice spazio espositivo.
La sensazione era quella di sentirsi all’interno di un quadro, che ne conteneva mille altri,
che ne diventavano mille altri ancora, se solo si cambiava il punto di vista, anche solo di pochi centimetri.
Era come abitare le onde, o l’albero, del Mondrian di Pier and Ocean o Tableau n°2.
Un filo aveva trasformato uno stanco momento di vita in qualcosa di indimenticabile.
Non poteva essere l’opera di un “semplice designer”.
Dietro a quel pensiero-progetto ci doveva essere un poeta; uno di quelli bravi.
Non era un semplice esercizio di stile, non era l’ego urlato del designer che vuol far colpo sul pubblico, non era un prodotto da vendere, consumare, dimenticare.
No.
Era pura poesia.
Sospesa.
Chi c’era, dunque, dietro a così tanta discreta bellezza?
Nome e cognome: Michael Anastassiades.
Chi è Michael Anastassiades?
Formatosi come ingegnere civile presso l’Imperial College of Science Technology and Medicine a Londra, Anastassiades ha poi studiato design industriale al Royal College of Art. Fondatore del suo studio londinese nel 1994, seguito dal brand omonimo nel 2007, Anastassiades ha voluto ampliare la disponibilità dei suoi caratteristici pezzi di design. Da allora l’azienda ha prodotto una celebre collezione di luci, mobili e oggetti a dimostrazione della costante ricerca all’insegna dell’eclettismo, dell’individualità e coerenza. Ciò ha portato a svariate collaborazioni di successo con marchi come FLOS, Herman Miller, Salvatori, Nilufar e l’istituzione di design svedese Svenskt Tenn.

Questo, è quanto.