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Le tre facce di Guadagnino. Tre volti, tre attori, tre performances: tre motivi per vedere, o non vedere, “Chiamami col tuo nome”

06.03.2018

Call me by your name: un Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, e tre nomi a dominare la scena, in maniera diversissima fra loro. Chi ci piace, e chi no, dei 3 attori di questo film che ha partecipato alla notte delle statuette più desiderate del cinema!

Timothee-Chalamet

Timothée Chalamet

Lui è il motivo per cui vale la pena vedere questo film.
E per godersi anche i titoli di coda. Percependo, coi sensi acuminati, sia il caldo del camino acceso che l’intensità delle lacrime che sgorgano.
Eccezionale, questo è il solo aggettivo che viene spontaneo usare per Timothée-Elio.
La sua è una di quelle performances che si farà ricordare a lungo.
Timothée: quando si dice “un attore”, uno di quelli “predestinati”, uno che “fa la differenza”.

Una fisicità fatta di una potente magrezza, uno sguardo tanto magnetico quanto efebo,
una innata capacità di rendere credibile qualsiasi situazione di vita.
Le sue gite in bicicletta, i suoi bagni freschi, la sua pesca.
Elio regna sovrano sullo svolgimento dei fatti, sulla pellicola, sui colleghi di scena.
Elio è traino e motivo di attenzione.
Il film, di per sé stesso, potrebbe essere una banale storia d’amore.
L’asticella del tutto la alza l’interpretazione di questo attore statunitense, d’anni ventitrè,
che vive a New York, nel quartiere di Hell’s Kitchen, figlio di Nicole Flender, americana, e March Chamalet, francese.
Elio, il resto vien da sé.

Armie Hammer

Lui è il motivo per cui questo film si potrebbe anche non vedere.
È la classica nota stonata, il ballerino fuori tempo, l’ospite indesiderato.
Allampanato. Scoordinato. Non credibile.
Vaga, per la durata del film, visitando le varie scene e atmosfere del film, senza mai lasciare un segno, un’impronta, un ricordo.
Arriva a casa di Elio con queste lunghe leve fuori controllo che gli dovrebbero servire per camminare, cercando di fare innamorare Elio e platea. Senza riuscirci. Mai.

Armie-Hammer

Le voci di corridoio, unite alle voci in galleria, lo vogliono “figlio di un petroliere-produttore”: probabilmente la sua carriera di attore ne ha risentito, decidete voi in che modo.
La Wiki-Bibbia contemporanea lo vede come Armie Douglas Hammer, nato nel 1986 a Los Angeles, figlio di Dru Ann Mobley e dell’uomo d’affari Michael Armand Hammer, uomo d’affari che possiede la Knoederl Publishing e la Hammer Productions, società di produzione televisiva e cinematografica; il suo bisnonno era magnate del petrolio.
A volte, a pensar male, ci si azzecca, dice il saggio.

Michael-Stuhlbarg

Michael Stuhlbarg

Lui è il motivo per cui vale la pena recitare, anche se si ha una sola e unica scena a disposizione in tutto il film per far vedere quanto si vale.
Michael Stuhlbarg è il personaggio che è difficile ricordare quando si fa l’elenco degli attori preferiti, anche se, ogni volta che recita, piazza un cameo – capolavoro.
Michael è quel tipo di attore apparentemente perdente e, au contraire, vincente e spiazzante.
A 50 anni, Stuhlbarg non vanta una carriera carica di trofei e riconoscimenti.

Anche se la sua interpretazione in “A Serious Man” dei fratelli Cohen è “tanta roba”.
Anche se il Michael della serie Fargo è “tanta roba”.
Anche se il monologo di papà Perlman è “tantissima roba”.
Lui è un po’ “l’accento” del film di Guadagnino.
Se ne sta in disparte per quasi tutto il film.
Assiste. Accoglie. Accenna.
Poi, quando è il momento giusto, quando meno te lo aspetti, quanto tutto sembra finito,
ecco la zampata del leone, il ruggito del capobranco, l’assolo da imparare a memoria.
Non è la quantità, ma la qualità, a fare la differenza.
Come sempre.
N’est pas?