Culture

La storia che si nasconde dietro ai miei libri

20.02.2019 | By ELLIOT SCHMIDT

C’è qualcosa di terribile che sta accadendo nella mia libreria.

Mi ci è voluto un po’ di tempo prima di scoprire cosa stesse succedendo esattamente. Questo, in parte, perché avevo scelto un approccio del tutto sbagliato. Per mesi sono stato lì a fissarla interrogativamente, o a girarle intorno, da lato a lato, cercando di cambiare prospettiva e angolazione. Qualche volta mi sono trovato a spiarla da lontano, o a sbirciare in direzione dei suoi strati di legno scadente e di carta e di parole, nascosto da qualche inserto domenicale (acquisito appositamente), dai cuscini del divano, dal lume di uno schermo. Ho perfino tentato di avvicinarmi a lei di soppiatto, per cogliere di sorpresa i malfatti in atto sui suoi scaffali.

E tuttavia: niente da fare. Sono consapevole ora che il problema si annida sotto alla superficie. Infatti, è radicato a tal punto, che si estende ben oltre ai confini della mia esistenza domestica.
Ebbene, la mia libreria, come molte altre della sua specie, è al centro di una storia lunga e terrificante. Assomiglia, nei contenuti, a tante delle storie che la libreria stessa ospita. Parla di violenza, di oppressione, del potere e del suo abuso. Si distingue da loro, invece, per il fatto di contenere la pura realtà, senza revisioni, senza censure.

Il problema, per farla semplice (il che è difficile), è questo: tra tutti i libri che ho letto e deposto qui negli anni, soltanto una dolorosa minoranza è stata scritta da donne. Al mio sgomento iniziale è seguita una profonda vergogna e poi, infine, un malessere generale che erompe ogni volta che mi ritrovo a pensarci, a parlarne, o anche solo a tenere un libro in mano.

Non importa quanto progressismo, quanta consapevolezza attribuissi alla mia persona in precedenza. Per anni, nella mia casa e nella mia mente era in atto un processo di discriminazione, che ha permesso all’immagine inflazionata dello scrittore maschile di mettere in ombra la sua controparte femminile, sbarrandogli l’accesso. Mi ritengo pienamente responsabile per quello che non posso che additare ora come assoluta disattenzione, se non totale ignoranza. Tuttavia, è impossibile non parlare del problema strutturale e sistemico che ne è a monte: ripensando alla mia formazione universitaria (ho una laurea triennale in Lettere Moderne e una magistrale in Editoria e Comunicazione), si cristallizza una generale assenza di rappresentanza femminile nel mio curriculum accademico, che ha arricchito la mia vita con tanti grandi autori, ma era evidentemente di parte in termini di genere.

Dopo un anno di movimento sociale e di denunce coraggiose che mi hanno colpito nel cuore, tuttavia, ho deciso che è arrivato il tempo per cambiare.

C’è una piccola rivoluzione in atto sugli scaffali della mia libreria. Piano piano, le parti femminili stanno suonando sempre più forte nel coro di voci illustri che si riunisce qui. Segue una piccola rassegna di nuovi arrivati sulla mia lista di scrittori preferiti di tutti i tempi, assieme ad altri possibili candidati che non vedo l’ora di conoscere (e altre presenze confermate che ho amato per anni).

Zadie Smith

La mia strada verso il lavoro di Smith è stata aperta dai suoi articoli e dai suoi racconti brevi pubblicati sul New Yorker. Per quanto riguarda i racconti, sceglierei The Lazy River e Now More than Ever come i miei due preferiti. Entrambi mi hanno colpito con i loro ritratti metaforici dei nostri tempi, ritratti che, per quanto astratti, sono affilati e analitici e spesso tanto divertenti quanto tragici.

Alice Munro

A dire la verità, Munro è tutto fuorché una new entry sulla mia lista di autori preferiti e sono certo che il suo nome non è una novità per chiunque stia consultando questa lista. Ho iniziato a leggere il Premio Nobel per la letteratura del 2013 qualche anno fa, in uno dei pochi corsi universitari focalizzati quasi esclusivamente sul lavoro di una penna femminile (il corso era critica e teoria della letteratura e l’opera in questione la raccolta Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage). Da quel momento sono stato un fan di questa scrittura intricata, che, come una sorta di aggeggio magico, è sempre in grado di farmi guardare ovunque eccetto nel punto in cui sta preparando l’ennesima sorpresa per me.

Virginia Woolf

Non riuscirei a compilare un elenco di scrittori preferiti senza includere Virginia Woolf. È stata la figura chiave del modernismo inglese, secondo la mia modesta opinione, e ha rivoluzionato il modo in cui scriviamo, leggiamo e comprendiamo l’opera narrativa. Facendo questo, ha contribuito anche al modo in cui percepiamo noi stessi e la nostra esistenza tout-court. Un esempio veloce? Il romanzo Mrs. Dalloway, in cui Woolf ci offre una licenza senza precedenti per sbirciare nell’anima dei suoi personaggi, anima che, ogni tanto, rispecchia e rivela la nostra.

Jennifer Egan

Egan ha vinto sia il National Book Award che il Premio Pulitzer nel 2011 e questo a pieno diritto. Per quanto sono riuscito a scoprire finora, è fra gli autori più dirompenti sulla scena,  un’innovatore della forma narrativa. Ad oggi, ho letto solamente Black Box, un racconto breve pubblicato inizialmente in una serie di tweet (sul profilo del New York Times) il che ne fa uno dei primi capolavori di quella che è definita twitteratura. Oltre al suo celebrato A Visit from the Goon Squad, sto occhieggiando il romanzo del 2001 Look at Me.

Jesmyn Ward

Anche Ward ha vinto il National Book Award ed è altrettanto celebrata dai critici (il suo ultimo romanzo Sing, Unburied, Sing è perfino stato incluso nella lista di libri preferiti del 2017 di Obama). Quello che mi attrae veramente verso la sua scrittura, tuttavia, è l’intenzione dichiarata di utilizzare il proprio lavoro per contrastare la nostra persistente tendenza a categorizzare e creare gerarchie implicite nella letteratura e nella cultura. È proprio questa tendenza che spesso condanna opere scritte da chi appartiene a parti della popolazione storicamente ignorate e oppresse ad uno stereotipo: espressioni di gruppi marginali, appunto, a cui non viene riconosciuta un’importanza generale.
O, nelle parole di Ward, da un’intervista per The Paris Review: “It infuriates me that (…) black and female authors are ghetto-ized as ‘other.’ (…) The stories I write are particular to my community and my people (…) but the larger story of the survivor, the savage, is essentially a universal, human one.”