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Kengo Kuma a Dundee: l’edificio “diverso”

03.04.2019 | By PAOLO BOCCHI

Ha vinto il Wallpaper Award 2019 per la categoria “Best New Public Building”; è stato recentemente visitato da William&Kate: eppure, in questo nuovo progetto di Kengo Kuma, il V&A at Dundee, qualcosa non torna.

 

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Nel corso di un’intervista che feci a Kengo Kuma, l’architetto ebbe modo di ricordare, in quella circostanza, quale fu il momento in cui iniziò la sua “relazione” con l’architettura.

Quel concetto, espresso nel corso dell’intervista una decina d’anni fa circa, divenne poi leggibile anche su introduzioni ai suoi libri e su diverse pubblicazioni a lui dedicate.

 

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Quello che Kuma disse fu che, in principio, la sua relazione con l’architettura ebbe inizio con una intuizione; intuizione che aveva a che fare con una “avversione”: l’avversione per il calcestruzzo. Kuma spiegava come si sentisse personalmente a disagio, mentalmente e fisicamente, ogni volta che la sua “persona” era costretta a entrare in una di quelle infelici “scatole” di calcestruzzo. Kuma, incontrando il calcestruzzo, avvertiva, parole sue, “la pericolosa sensazione di non riuscire a respirare, sentiva i suoi muscoli irrigidirsi, e la temperatura corporea abbassarsi sensibilmente in tempi velocissimi.” Kengo Kuma attribuiva questa sensazione di malessere e disagio al fatto, non trascurabile affatto, di essere nato, cresciuto e vissuto in una tipica casa giapponese; una casa costruita in legno, a mano, da suo nonno, che era un medico. Si trattava della casa di campagna della famiglia, una di quelle fiabesche case da sogno giapponesi; una dimora che, nella sua naturale semplicità aveva lasciato un imprinting indelebile in quello che sarebbe un giorno diventato l’architetto Kengo Kuma.

 

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La fuga dalle scatole in calcestruzzo, e la voglia di respirare all’aria aperta, ha definito, pragmaticamente, i parametri, i confini e gli scopi della vita professionale dell’architetto Kuma; sfuggire dal calcestruzzo, ritrovando l’armonia del corpo umano, grazie a materiali naturali, era una scelta che aveva molto a che fare con due parole fondamentali nelle opere di Kuma: cultura e rispetto. “Credo che senza un rispetto istintivo per la natura l’umanità non possa sperare di sopravvivere. Dobbiamo trovare qualcosa che sostituisca il calcestruzzo: gli esseri umani ne hanno bisogno, sia fisicamente che spiritualmente”

 

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Kuma prende lo spunto da considerazioni personali per poi arrivare a concetti planetari.

A seguire arrivano temi come ecosostenibilità, collegata giocoforza, secondo Kuma, ai concetti di local e global; ciò che può essere compatibile in un luogo del pianeta potrebbe non esserlo altrove. Quindi, quali materiali utilizzare, nel progettare?

Terra. Pietra. Legno. Vetro.

Ad esempio.

Per questo stupisce, e non poco, l’utilizzo di lastre di calcestruzzo prefabbricato per la realizzazione del primo Victoria & Albert Museum costruito fuori Londra, più esattamente a Dundee, Scozia. Si tratta di un progetto museale i cui antenati sono da ricercare nella Tate di Londra, nel Pompidou di Parigi, nel Guggenheim di Bilbao. Musei che, da soli, cambiano il corso e la storia di una città, con la loro presenza, fatta al contempo di contenuto e contenitore molto validi.

Così, a Dundee, oggi è possibile visitare uno spazio museale che ospita Christopher Dresser e Charles Rennie Mackintosh, la storia del tartan e quella degli stivali Hunter, la carpenteria dell’industria navale e la compagnia DC Thomson.

 

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Purtroppo però, è proprio nella spiegazione del progetto data dallo stesso Kuma,

che qualcosa pare non tornare:

“Siamo rimasti affascinati dalla bellezza delle scogliere di Orkney Island, nel nord della Scozia, e volevamo evocarne l’irregolarità nella nostra opera architettonica; da qui l’idea di sovrapporre strati di lunghe lastre prefabbricate di calcestruzzo”.

Lastre prefabbricate di calcestruzzo???

Per un architetto diventato tale per sfuggire alle scatole in calcestruzzo, qualcosa, nella scelta del materiale per questo V&A at Dundee, decisamente, non torna.