Travel

In che modo il geotagging su Instagram sta distruggendo le nostre meraviglie naturali

08.01.2019 | By ELENA LONGARI

Vantarsi sui social media appuntando sulla mappa il panorama più spettacolare in una località remota: l’abbiamo fatto tutti una volta nella vita e alcuni di noi hanno persino trasformato questa azione in un lavoro. Ma non è una colpa che possiamo fare solo ai cosiddetti influencer se grazie a – o a causa di – questi tag, alcuni dei luoghi più rari e incontaminati della terra sono diventati mete turistiche.

Contaminare l’incontaminato

La domanda è: se la bellezza di un luogo sta nel brivido della sua scoperta, scoperta che avete fatto voi, perché dovreste volere che migliaia di altre persone lo visitino e lo impoveriscano del suo status di ‘scoperta’? Se tutti la smettessimo di geotaggare, non consentiremmo forse agli altri di vivere il brivido che si prova imbattendosi in uno scenario che sembra non aver mai visto la presenza dell’uomo?

 

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Prima del geotagging

Prima di Internet in realtà. Se al giorno d’oggi le acque incontaminate incorniciate del Delta Lake incorniciate da vette meravigliose nel Grand Teton National Park sono passate dal vedere un paio di escursionisti al giorno a 150 grazie al geotagging, com’era 20 anni fa quando non avevamo Google per cercare i percorsi migliori per raggiungere questi luoghi spettacolari e remoti, o neanche ‘qualcosa o qualcuno’ su internet a informarci sull’esistenza di un posto del genere?  

Ve lo dico subito. Da ragazzina trascorrevo le mie vacanze estive e invernali sulle Alpi, mesi interi all’insegna della natura e delle attività all’aria aperta. Allora tutti facevano le stesse cose che i cosiddetti travel blogger fanno oggi, senza vantarsi sui social media e senza farsi pagare: mia mamma non era un’esploratrice ma è riuscita a far conoscere a me e a mia cugina tutti i rifugi alpini del Parco Nazionale del Gran Paradiso avvistando animali selvatici rari e scattando bellissime foto. Sto parlando di passeggiate da 5 a 6 ore tra boschi e rocce, e una volta in quota, su sentieri desolati che solo le montagne possono offrire.

In salita.

Armati di un bastone, una cartina e una bussola.

Con il bastone si colpivano le rocce sul sentiero per spaventare le vipere, la cartina e la bussola erano la versione antiquata del geotagging del 21esimo secolo. Mia madre spesso perdeva l’orientamento, ma noi ragazze riuscivamo sempre a fare mente locale e a trovare il Nord.

Il brivido di un’esperienza del genere allora era l’esperienza stessa, essere riusciti a raggiungere un luogo e vedere qualcosa di unico. Nessun post, solo qualche bella diapositiva che proiettavamo poi per gli ospiti che i miei genitori invitavano a cena.

Dopo il geotagging

Il 21esimo secolo ci ha portato una generazione di persone che scopre le cose su Internet, piuttosto che uscendo e scovandole di persona. E quando provano a uscire, trovano il piatto pronto: non possono sbagliare. Se non trovano l’‘oasi’ che hanno visto su un post seguendo le indicazioni del Gps per ore, allora non avrebbero neanche dovuto disturbarsi a uscire di casa.  

Che divertimento c’è? L’unica briciola di brivido che gli rimane, e non posso biasimarli, sta nello scattare una foto perfetta e postarla su Instagram. Postare is the new scoprire.  

Guardate questo tipo:

 

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O l’ironia di questa dida:

 

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Visto che è sui social…

Che ci crediate o meno, ciò che rende felici le persone oggi non è andare da qualche parte, ma assicurarsi che i loro amici e la loro famiglia li vedano godersi un paradiso assolato dall’altra parte del mondo. Infatti, il numero di persone che fingono vacanze sui social media aumenta di anno in anno: un tizio in Italia ha convinto tutti che era alle Maldive quando in realtà, dopo essersi saggiamente de-geotaggato, postava foto di se stesso scattate da casa.

Ma a che prezzo?

La questione del geotagging non solo ci condannerà a un mondo che tutti abbiamo già visto sui social, ma sta anche danneggiando la bellezza e la conservazione di certi habitat. Ad esempio in alcune parti del Sudafrica ci si può imbattere in cartelli sulle recinzioni nel mezzo di un safari; il 21esimo secolo ha creato qualcosa che potremmo essere in grado di controllare se lo guardiamo da un’altra prospettiva: ‘Disattivate la funzione di geotagging, fate attenzione quando condividete le foto sui social perché possono portare i bracconieri a trovare i nostri rinoceronti’.

Il consiglio del turismo di Jackson Hole, un organismo che potreste pensare incoraggi l’utilizzo dei social, ha invece incoraggiato i visitatori a utilizzare un tag di localizzazione generico con il messaggio ‘Tag Responsibly, keep Jackson Hole Wild’ (‘Taggate responsabilmente, preservate Jackson Hole’).

Che dite, continuerete a geotaggare?

Sapete una cosa? il deterrente più efficace per gli appassionati del geotagging è questo: a chi c***o gliene frega di dove siete? Ma rimaneteci per sempre e non tornate mai più.