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Imparare da Las Vegas: da Scott Venturi a Martin Garrix, storia di una città che ha saputo unire l’architettura pop alla musica EDM

11.03.2019 | By PAOLO BOCCHI

“Prima di Las Vegas, era solo deserto. Poi arrivarono prostituzione, alcool e gioco d’azzardo.
E insieme alla profàna triade, arrivò la musica. Oggi la musica è la salvezza di quest’oasi artificiale. Breve storia, in 3 capitoli, di una città che vale sempre la pena vedere.
Perché a Las Vegas, c’è sempre da imparare”

 

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Capitolo 1: La nascita

Il nome Las Vegas deriva da un termine spagnolo che significa “i prati”,
o anche “le pianure fertili”; dato che Las Vegas sorge nel deserto del Mojave,
o si crede alla teoria delle “oasi”, o appare chiaro come la fantasia, da queste parti,
sia al potere, da sempre.
Nel 1844, l’area dell’attuale Las Vegas faceva ancora parte del Messico.
Nel 1855, dopo essere diventata una terra a “stelle e strisce”, Las Vegas divenne una stazione di posta per stanchi viaggiatori, lungo il “corridoio mormone” posizionato fra Salt Lake City e la californiana San Bernardino.

 

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Las Vegas fu fondata come “villaggio ferroviario” il 15 maggio 1905,
diventando una città a tutti gli effetti qualche anno dopo, nel 1911.
Nel 1931 venne legalizzato, nello stato del Nevada, il gioco d’azzardo;
nel 1946 mister Bugsy Siegel apre il primo hotel-casinò di Las Vegas, il Flamingo.
Nasce così la leggenda della “Fabulous Las Vegas!”
Mafia, sigari e belle donne; di tutto, di più.
Il miraggio ha aperto i suoi battenti.

 

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Capitolo 2: L’architettura e le insegne

Robert Venturi e Denise Scott Brown scrivono nel 1972 un libro il cui titolo è
“Imparare da Las Vegas”. È un libro che parla dello sviluppo, dell’architettura, e delle insegne al neon di questa incredibile città. È un libro che racconta la diversità di Las Vegas,
e descrive la sua innovativa urbanistica, che nasce “dalla strada”, sulla “strip”, mettendola a confronto con le maglie rigidamente ortogonali di metropoli come New York. Il libro analizza “l’architettura Pop” della città del vizio, mettendo in luce la diversa angolazione della progettazione di questo luogo. Las Vegas vive secondo “un nuovo ordine spaziale”,
dove auto e highway dominano la scena; una scena in cui l’architettura abbandona la pura forma a favore di una sapiente e seducente combinazione di “media”.

 

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A Las Vegas, l’automobile, la velocità e le grandi distanze, fanno sì che i “simboli nello spazio” vincano la battaglia con le “forme nello spazio”.
Si tratta di una rivoluzione meta-linguistica.
Qui, nel mezzo del deserto, il simbolo domina lo spazio; qui l’insegna è più importante dell’architettura. Se non ci fossero insegne, non ci sarebbe luogo.
A Las Vegas, tutto cambia, rispetto alle abitudini metropolitane americane.

 

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I parcheggi per le auto sono posizionati “davanti” ai Casinò, mentre gli interni dei Casinò sono studiati per fare in modo che “il giocatore” perda completamente la nozione del tempo.
Le sale da gioco non hanno finestre e sono molto buie. Le sole luci che illuminano gli spazi dell’azzardo sono quelle artificiali e irregolari delle slot-machines. Il tempo si fa dunque infinito. Si perde la concezione del “dove” e “quando”. Si gioca, senza sosta, all’interno di non-luoghi senza-tempo.
Il giorno è negato all’interno dei casinò, mentre la notte è negata alla “strip”.
“Imparare da Las Vegas” spiega perché, nel progettare, occorra sempre apprendere
dalla cultura popolare, cercando di modificare di conseguenza la cultura “alta”, sintonizzandola sulle frequenze più ascoltate dalla gente comune. Un’operazione alla Andy Warhol, per intendersi, che mette d’accordo artisti, collezionisti, critici e visitatori di musei

 

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Capitolo 3: La musica salvifica.

Succede però che, con l’andare del tempo, il gioco d’azzardo perda il suo appeal. Succede così che i mondi descritti in film quali “Casinò” o “Il Padrino” crollino, strutturalmente. E succede che gli abitanti temporanei del “miraggio-Las Vegas” invecchino, sempre più, regalando “la visione” di un decadente spettacolo: anziani sul viale del tramonto completamente rimbecilliti da suoni e luci di roteanti e avide macchine mangiasoldi.
È la crisi di Las Vegas.
Poi, salvifica, arriva la musica.
La musica in tutte le sue forme; ma specialmente la musica elettronica.
E Las Vegas rinasce, come una fenice, sostituendo, al gioco d’azzardo,
la musica EDM (electronic dance music) o gli spettacoli canori dei vari “famous-residents”
Il divertimentificio americano riapre i battenti, e tutto ricomincia a girare, e a suonare.
Dopo Frank Sinatra, Elvis Presley e Dean Martin,
a Las Vegas è la volta di nomi nuovi.

 

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Britney Spears ha appena annunciato la sua “residency” presso il MGM’s Park Theater, a partire da Febbraio 2019, dopo essere stata resident al Planet Hollywood dal 2013 al 2017.
Celine Dion ha invece appena annunciato che, dopo la bellezza di 15 anni di “residenza fissa” presso The Colosseum al Caesars Palace, terminerà la sua “residency” a Las Vegas in data 8 Giugno 2019. Enigma è il titolo della residency di Lady Gaga al Park MGM; Bruno Mars si esibisce, anche lui in qualità di “Las Vegas resident 2019”, sotto lo stesso tetto.
E così via.

 

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Per arrivare, infine, al “delirio elettronico”, che ha portato nuova linfa, nuova vita, nuovi clienti e, soprattutto, nuovi fiumi di dollari nelle casse di Sin City.
Questi alcuni dei nomi, in ordine di “Hotel-Casinò-Club-Resort-Deejay-Producer-Rapper”.
OMNIA: Steve Aoki, Martin Garrix, Loud Luxury, Zedd, Calvin Harris, Armin Van Buuren, ecc.
XS: Chainsmokers, Alesso, Diplo, DJ Snake, Steve Angello, Mark Ronson, Afrojack, ecc.
HAKKASAN: Lil Jon, Tiesto, Nervo, Borgeous, ecc.

 

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DRAI’S: Method Man, Redman, 50 Cent, Chris Brown, Big Sean, Future, Lil Wayne, Migos, Snoop Dogg, Wiz Khalifa, ecc.
ENCORE BEACH CLUB: David Guetta, Kygo, Jamie Jones, Sebastian Ingrosso, Major Lazer, Cedric Gervais, Dillon Francis, ecc.
Non occorre aggiungere altro; basta ricordare il titolo-monito del libro:
Imparare da Las Vegas.