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Il rosa è un colore scuro

15.02.2019 | By MICOL PIOVOSI

Ad ogni cosa il suo colore. Questo non lo dice il gusto del singolo, ma la scienza. Per esempio, il rosso è un colore eccitante e che stimola l’appetito, ed ecco perché viene spesso utilizzato da fast food e ristoranti: pensate a divani, sedie, vassoi, loghi. Il blu è invece il colore dei brand che vogliono apparire rassicuranti, meritevoli della fiducia degli acquirenti. Oppure il verde, per chi vuole associarsi al relax, all’ambiente e alla salute. Avete notato ad esempio il cambiamento di color identity di McDonald’s, passato da una dominante rossa a una dominante verde? Non si è trattato di una semplice scelta estetica, ma di uno studiato rebranding mirato ad allontanare la percezione dei clienti di trovarsi in un fast food, ma in un ristorante healthy e di qualità. Risulta quindi semplice è pensare al rosa come colore delicato e pacato, come il concetto di mondo femminile a cui viene spesso abbinato. Gli studi psicologici in merito, infatti, sono stati in grado di dimostrare la capacità di ridurre l’aggressività di alcune sfumature di questo colore. Sembra quindi ovvio associare un colore legato alla debolezza al gentil sesso.

Eppure, il rosa è diventato il colore femminile per eccellenza solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. In occidente infatti, il rosa diventò di moda a metà del diciottesimo secolo. Non era considerato un colore per sole ragazze, anzi: veniva spesso visto come colore più adatto ai bambini di sesso maschile perché era considerato una versione più chiara del rosso, un colore ritenuto mascolino e autoritario. Le controparti femminili indossavano quindi abiti dalle sfumature azzurre, ispirate alle candide vesti della Vergine Maria. Perfettamente logico, se pensiamo a quanto religiosa fosse la società del tempo. Come è avvenuto, allora, questo cambiamento di pensiero? Non è stata sicuramente una transizione immediata, dovuta a una singola ragione. Piuttosto è stato un processo partito nella prima metà del ventesimo secolo e arrivato sino ai giorni nostri.

 

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Durante la Seconda Guerra Mondiale, Hitler fece classificare gli omosessuali. Quelli ritenuti curabili venivano internati nei campi di concentramento e classificati con un triangolo rosa. Più di 50,000 omosessuali vennero imprigionati dai tedeschi. Quelli che sopravvissero, raccontarono gli orrori vissuti nei campi, in cui erano considerati come i reietti tra i reietti. Solo nel 2002 il governo tedesco chiese scusa alla comunità gay per gli avvenimenti dell’epoca nazista, solo dopo decenni di lotte e testimonianze. Durante questi anni il triangolo rosa, simbolo di repressione, venne reclamato come emblema dell’orgoglio omosessuale, stravolgendone l’originale significato. Non possiamo dire che i Nazisti abbiano creato l’associazione fra il rosa e le caratteristiche stereotipate del genere femminile, ma hanno sicuramente contribuito a rafforzarla.

Anche da un punto di vista più popolare, la guerra ha influenzato enormemente il trend dei colori degli anni ‘50. Ad opporsi ai colori scuri, neutri e militari delle uniformi, arrivarono quelli più luminosi e pop:  azzurro acqua, rosa confetto, giallo shocking… E se a indossare un abito rosa all’inaugurazione del presidente statunitense Eisenhower nel ‘53 è la nuova First Lady, Mamie Eisenhower, non è difficile comprendere perché all’improvviso il rosa sia stato considerato un colore femminile. Mamie infatti, da vera First Lady, era considerata un esempio da seguire per le donne americane.

 

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Durante gli anni 60 e 70, grazie al movimento di liberazione femminista, questo mondo binario fu spezzato da un sempre più forte trend dell’unisex. La repressione avveniva anche attraverso gli abiti, scomodi e pieni di fronzoli per le bambine e pratici e comodi per i bambini: per scardinarla, sempre più madri cercavano indumenti e accessori neutri. Il grande ritorno del rosa e l’azzurro dovette aspettare la prima metà degli anni ‘80, con la diagnostica prenatale, che permise ai genitori di scoprire il grande quesito: il futuro pargolo sarebbe stato un maschio o una femmina? Da qui, la frenesia dell’arredare le nursery e preparare i corredi per il futuro nascituro. Il marketing vide in questa un’opportunità per amplificare le vendite, creando quindi linee specifiche basate sulla differenziazione di genere. Il tuo secondogenito sarà un maschietto? Utilizzare il set rosa confetto della sorella non sarebbe appropriato, quindi butta i tuoi soldi e acquista gli stessi identici prodotti, ma azzurri. Soprattutto se sei una madre cresciuta negli anni 80, la cui infanzia è stata priva di vestitini di pizzo color confetto.

 

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Fondamentale è anche tenere in considerazione il sempre più precoce sviluppo dei bambini per quanto riguarda la concezione di consumismo. Secondo gli esperti, i piccoli di casa sono sempre più consapevoli del loro sesso, soprattutto a causa della pubblicità persuasiva che, oltre a far alzare le vendite, rafforza le convenzioni sociali. Il rosa diventa quindi un colore che non solo rinchiude in una gabbia definita “femminile” chi lo indossa, ma anche una gabbia mentale. In cui veniamo inesorabilmente imprigionati, a prescindere dai nostri gusti o scelte, sin da quando siamo nel grembo di nostra madre. Questo ha implicazioni enormi, aggiungendo sfumature oscure a un colore apparentemente innocuo. Il rosa non è più solo un colore. Diventa una storia, uno strumento, un’arma, ma anche una rivendicazione, un sinonimo di lotta per altri. Cosa diventerà domani?