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Il genio luminoso di Olafur Eliasson

08.10.2018 | By PAOLO BOCCHI

Il mondo dell’arte contemporaneo è sempre più frequentemente popolato da mistificatori o personaggi non all’altezza del difficile ruolo. Olafur Eliasson è la classica eccezione che conferma la regola. La sua arte è quanto di più bello e intelligente ci si possa aspettare da un genio del nostro tempo

 

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The speed of your attention @tanyabonakdargallery in Los Angeles. Photo: Jeff McLane

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Che fosse uno bravo, lo si è capito fin dagli esordi.
I primi passi mossi sono stati i chiari sintomi di un luminoso genio in arrivo.
1992.
Una sola luce. Un occhio di bue, detto tecnicamente. A illuminare un cerchio di pavimento.
Ogni volta che uno spettatore di una mostra si sofferma su questo cerchio di luce, si illumina.
Come fosse un attore. Sentendosi, per un attimo, una star.
Wannabe: il titolo dell’opera.
Sempre 1992.
Eliasson ha 25 anni.
I grew up in solitude and silence.
Il titolo dell’opera.
Una candela, accesa, poggia, in posizione eretta, al centro di uno specchio, circolare.
Diventando, così, ben altro.
1997.
Ventilator.

Un ventilatore acceso, appeso a un lungo filo, in una stanza.
L’aria che provoca, riflessa dalle pareti, fa muovere il ventilatore stesso:
un oggetto che diventa animato, da un apparente nonnulla.
La semplicità raggiunge l’ennesima potenza e si fa arte.
1999
Double Sunset.
Un sole doppio.
Migliaia di lampadine a illuminare un grande pannello circolare.
Posizionato in modo da apparire come un doppio sole.
Al tramonto.
Colpo doppio.
Poi, nel 2003,
un altro colpo doppio.
Il Padiglione della Danimarca alla 50esima Biennale di Venezia,
titolato “The Blind Pavilion”.
E l’indimenticabile progetto realizzato alla Tate Modern Gallery di Londra:
The Weather Project.

Un tramonto finto, eppure più reale del reale tramonto.

Con tanto di sole arancione e fine nebbiolina inglese ottenuta miscelando zucchero e acqua.

“An indoor sun in a rainy London!”

La definitiva consacrazione dell’artista Eliasson.

OLAFUR-ELIASSON-1

A seguire, fra i mille altri colpi d’artista del genio islandese-danese Olafur Eliasson,
ecco apparire, nell’Ottobre del 2008, a New York, Waterfalls.
Poetiche cascate temporanee, dense di emozione, fatte di ponteggi e acqua,
posizionate in punti strategici della grande mela,
come, ad esempio, sotto le arcate del ponte di Brooklyn.
Un progetto per spazi pubblici, fatto di fantasia e sogni, dedicato a chi sa ancora
osservare e pensare, oltre che vedere-fotografare-filmare in modalità automatica-robotica.
Da qui in poi, Eliasson, se possibile, illumina ancora di più il suo sentiero artistico.
Con la sua visionaria intelligenza.
Spiazzando. Coinvolgendo. Stupendo.
2014
Ice Watch
Ghiaccio dalla Groenlandia, esposto in pubblica piazza, in blocchi, a Parigi;
a gocciolare, scandendo diversi tipi di tempo:
umano, terrestre, preistorico, glaciale, scientifico, climatico, ecc.
No #hashtag. Just Touch.
Un progetto che connette quel che conosciamo con quello che siamo.
2016
Your sense of Unity
Chateau à Versailles, nella Galerie des Glaces, delicati eppur forti giochi di contrappunti,
fra specchi e cerchi illuminati, a ingannare sensi e spazi pre-concetti.
In questo momento Olafur Eliasson è molto impegnato sul versante “green-bio”. Sempre “alla sua maniera”, chiaramente.
“Non basta piantare un albero”, dice. “Occorre capire le conseguenze del non piantare alberi e il modo in cui questo influisce sul nostro eco-sistema, che a sua volta influenza l’economia, che a sua volta influisce sulla sostenibilità sociale e sulle migrazioni”
Come dire: partire da un albero per arrivare al mega-problema che oggi è sulla bocca di tutti.
Ansiosamente, attendiamo dunque l’evoluzione del Eliasson pensiero, sperando potrà sfociare a presto in uno dei suoi progetti che, attraverso il profondo sguardo artistico, riescono, anche se di pochissimo, a cambiare per davvero, in meglio, le traiettorie di questo nostro mondo.