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#DIVERSITY – Milano, idee e diversità

31.05.2018 | By Marco Mazzoni

Milano come tutte le grandi città è la sintesi naturale di un insieme di idee che hanno in sé una base di diversità.

Anche il mio condominio rappresenta un microcosmo costituito da differenti provenienze, differenti culture e differenti modi di pensare.

Già solo sulla scala in cui si trova il mio appartamento/studio, abitano nell’ordine: una vedova ex comunista, una misteriosa donna inglese, un anziano solitario e, in ultimo, io.

Per quanto io li vedessi estremamente diversi da me, ero io per loro quello da tenere sotto controllo con attenzione, quello nuovo, quello che arrivava da fuori, quello non facile da inquadrare, quello che, non seguendo i classici orari da ufficio, doveva avere sicuramente problemi di lavoro e condurre senza dubbio uno stile di vita sregolato.

La cosa complicata del lavoro del disegnatore è spiegare agli altri in cosa consista il proprio mestiere. Quello che i miei vicini vedevano e vedono ancora adesso di me è una persona chiusa in casa a fare non si sa cosa di specifico. Perché disegnare non è un lavoro.
Per almeno un anno sono stato preso per disoccupato: il dato di fatto è che passavo la giornata in casa e avevo amici che mi venivano a trovare in orari inusuali per chi doveva andare in ufficio il giorno dopo. Ero considerato diverso. Anche la mia età incideva sulla cosa, visto che ero il primo giovane a stabilirmi in questo palazzo, e il quartiere 13 anni fa non era sicuramente molto stimolante per chi cercasse altro che non fosse la spesa e al massimo un caffè al mattino.

Venendo dalla campagna, sapevo cosa poteva significare avere un buon rapporto con il vicinato. Significava avere la sicurezza che gli altri attorno a te ti accettassero e non si sentissero minacciati dalla tua presenza.
Così, cominciai a presentarmi singolarmente ad ogni singolo inquilino, porta a porta.
Iniziai dall’anziano solitario, di circa ottanta anni, che ogni giorno usciva a passeggiare esattamente alla stessa ora, passando sempre per le stesse strade, e con una stranissima e un poco inquietante devozione per vecchi oggetti e giornali, che puntualmente accumulava.
Bussai poi alla porta della vedova, che mi raccontò di quando da bambina faceva la vedetta per i partigiani e di come la tenesse in vita lo sdegno per ciò che è diventata la politica contemporanea.

La misteriosa donna inglese fu la persona che mi accolse con meno diffidenza, perché era stata lei prima di me quella diversa, la “forestiera”, la straniera.
Ancora oggi siamo noi quattro su questa scala, nulla è cambiato da allora: sono semplicemente entrato a fare parte della fauna del condominio, non sono più io il diverso.
Eppure in questi pochi metri rimaniamo dissimili l’uno dall’altro: ognuno ha idee e stili di vita propri.