Points of view

Ritrova le tue radici

17.01.2019 | By MICOL PIOVOSI

Ogni cosa cresce attingendo alle proprie radici. Che si tratti della tua pianta, dei tuoi capelli o di te stesso. Siamo una combinazione genetica, ma anche i sopravvissuti di millenni di storie: nella nostra pelle si nascondono gli amanti separati dalla guerra, le migrazioni da coste lontane, le notti antiche passate a guardare con timore le stelle. Cresciuta con la letteratura di Márquez e della Allende, non potevo che diventare assetata di storie quasi dimenticate: capirà cosa voglio dire chi, come me, si è perso fra le stanze della Casa degli spiriti e si è sentito parte di quei Cent’anni di solitudine. In una realtà in cui i ricordi sono relegati a schermi asettici, sfogliare vecchi album e accarezzare la carta ingiallita di ritratti sbiaditi sembra un piacere destinato a pochi.

In realtà, negli ultimi anni sono sempre di più le persone che hanno scoperto la difficile ma appagante arte della genealogia. Questo vale per le vecchie generazioni, che grazie ai moderni sistemi di ricerca e database digitalizzati hanno avuto l’opportunità di scoprire con facilità informazioni sui propri antenati. Ma vale anche per i Millennial. Sembra incoerente, con la loro inclinazione ad allontanarsi dalle tradizioni. Eppure, i dati sono chiari: sempre più giovani, per esempio, hanno deciso di iniziare a costruire il proprio albero genealogico partendo da un test del DNA.

Basta andare su Youtube e cercare “dna kit” per ritrovarsi fra migliaia di video in cui giovani vloggers mostrano i propri risultati riguardanti la propria discendenza etnica: basta comprare un kit da uno dei differenti siti dedicati, prelevare un campione di saliva ed inviarlo al laboratorio. In pochi giorni, il risultato arriverà via mail. Io stessa ho eseguito questo processo, regalando un kit a diversi membri della famiglia per capire da dove provenissero le sorprendenti percentuali etniche scoperte attraverso il mio. Con i test del DNA è anche possibile venir messi in contatto con una lista più o meno lunga di utenti che condividono una stessa porzione di DNA: questo aiuta non solo i ricercatori come me, interessati a comprendere meglio le proprie origini e fare luce su parenti sui quali si possiedono poche informazioni. Si tratta di uno strumento utile anche per chi è stato adottato e desidera avere risposte, fino ad arrivare a casi più estremi: grazie ai DNA kit e ai sempre più numerosi utenti sui portali di genealogia, le nonne argentine di Plaza de Mayo sono riuscite a ritrovare i nipoti scomparsi durante la Guerra Sucia, la Guerra Sporca. E molti cold cases hanno finalmente trovato il proprio colpevole. Questo ci aiuta a ricordare come, seppur inconsciamente, la nostra esistenza sia condizionata da tutto ciò che è successo prima di noi.

E ascoltare il passato è importante. Soprattutto in un momento storico come questo, in cui parole come integrazione, tolleranza e uguaglianza sembrano avere un significato distorto e poco condiviso. Perché ascoltare ci permette non solo di conoscere gli altri – questo soggetto di cui poco ci importa, che sentiamo lontani – ma soprattutto noi stessi. Ed è qui che si prende consapevolezza del presente: quando comprendiamo il nostro passato. Un passato fatto spesso di fughe nella notte, mesi di navigazione da un continente all’altro stipati fra mille altri, di migrazioni ancestrali di cui solo le nostre cellule possono aver memoria. La genealogia può aiutare ad abbattere barriere, non solo temporali ma anche quelle più attuali del razzismo e della paura del diverso. Le nostre radici attingono spesso a terre che non possiamo neppure immaginare, luoghi che credevamo estranei ma che scopriamo essere quanto più parte di noi.

Per i Late Millennial è impossibile immaginare una vita non documentata. Questo è comprensibile: siamo cresciuti con innumerevoli social su cui postare il selfie o la foto ricordo d’ordinanza. Come possiamo allora concepire che le vite di chi c’è stato, prima di noi, scompaiano senza testimonianza? Non siamo disposti a tornare sulla via delle vecchie generazioni, amiamo viaggiare e fondere culture. Ma c’è una cosa su cui non scendiamo a compromessi: la memoria di sé. Questa è la spiegazione che ho trovato, nelle notti passate fra archivi di stato e registri di immigrazione. Ed è quello che ho provato nel riportare alla luce segreti che nessuno conosceva: storie di vite perse durante le guerre, medaglie al valore narrate in vecchi albi militari, figli illegittimi in registri di chiese d’oltreoceano e personaggi illustri. Storie dimenticate in archivi di stato, in lettere ben riposte nel fondo dei cassetti, in cuori che ormai sono andati via da tempo. Dobbiamo la nostra fortuna, il nostro essere qui ed ora, a tutte le parole mai raccontate. In un mondo in cui tutti parlano di sé, è bello sapere che si può ancora imparare ad ascoltare.