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#CONCRETE – La concretezza è tutto per uno scultore

07.06.2018 | By Marco Mazzoni

Durante i quattro anni in cui frequentavo l’Accademia, presi l’abitudine di fare una passeggiata mattutina per i corridoi dell’edificio prima delle lezioni, con il caffè della macchinetta in mano, dando una sbirciata dentro tutte le aule di Brera.
Arrivando sempre molto prima rispetto all’orario di inizio dei corsi, avevo il privilegio di trovarmi di fronte l’intero palazzo vuoto e silenzioso.

Le aule su cui mi soffermavo di più erano quelle dei corsi di scultura.
Completamente differenti dai laboratori di pittura, nelle stanze dedicate ai futuri scultori si sentiva l’odore della fatica, della lotta tra la materia e l’essere umano: si sentiva la concretezza.
Se l’opera pittorica nasce grazie all’incontro tra un’ idea e un materiale di due dimensioni: la tela, l’opera scultorea ha bisogno di contatto fisico, di gioco tra i pesi, di sensazioni tattili.
La scultura dialoga con lo spazio, lo invade, e mentre chiunque, in qualche modo, può ritenersi artista di fronte ad un foglio di carta, perché bastano un’ idea, una matita e un taccuino, è molto più difficile sentirsi artisti quando si vuole scolpire.
Lo scultore vive un rapporto fisico con le opere che crea, ci gira intorno, le osserva da più lati, le tocca e le muove.

La concretezza è tutto per uno scultore.
Ho conosciuto i professori e alcuni studenti che lavoravano in quelle aule. Quando mi fermavo a chiacchierare con loro, il mio sguardo era sempre rapito dalle loro mani. Ogni loro opera era un gesto di fatica fisica che andava a incidere sulle dita, sulle nocche.
Non si può intraprendere quel tipo di carriera senza sporcarsi e senza l’abbigliamento adatto, fatto di tute e salopette logore.
Uno dei professori che ritenevo più interessanti sotto questo punto di vista, era il docente che insegnava “Tecniche Del Marmo”.

Toscano d’altri tempi, quasi votato alla causa della scultura per provenienza geografica oltre che per passione, poteva stare ore a parlare di scalpelli e suoni. Mi fece notare come, quando si scolpisce bene, il colpo di scalpello non produce un rumore, bensì un suono musicale: se ben eseguito, corrisponde ad un ritmo e a una frequenza ben precisi.
Nella sua aula lavorava il marmo e ogni studente di Brera voleva provare almeno una volta nella vita ad affrontare quella materia tanto cara a Michelangelo e al Bernini. Ciò significava in termini pratici, trovarsi in un laboratorio sempre pieno e particolarmente rumoroso, all’interno del quale il professore riusciva a guidare i suoi studenti nel passaggio tra rumore indistinto e musica, spiegando come tenere in mano lo scalpello e quale fosse il momento giusto per colpire la pietra.
Gli allievi erano sempre distrutti a fine giornata, ma avevano una luce strana negli occhi, perché la stanchezza fisica dava loro il senso di aver fatto qualcosa di buono, qualcosa di concreto.