Culture

Broken Nature a Milano: una Triennale “torta”

15.04.2019 | By PAOLO BOCCHI

Visitando più volte la Triennale in corso a Milano, si ha la netta sensazione che qualcosa non abbia funzionato, e si sia lasciato l’interprete principale del “tutto”, la natura, appena fuori dalle porte d’ingresso e di uscita. Nei giardini circostanti, forse?

È una Triennale “tòrta”, quella visitabile a Milano, a tratti “sbilenca”;

una Triennale che insegue un equilibrio variegato e multiforme, e che invece sembra rappresentare “un poliglotta show senz’anima”, là dove l’anima dovrebbe essere rappresentata dal cuore pulsante di una bistrattata o amata natura.

Pur sempre “natura”, però.

È una Triennale che non convince. Visitata più volte, e lasciàti decantare, con estrema calma, “l’emozione della prima volta” e i “dubbi in merito” che nel frattempo si erano accumulati,

al momento del “dunque”, l’idea è che una mostra, specialmente come questa, necessiterebbe di molta più attenzione architettonica agli spazi, agli oggetti, e al “tema”.

Lo strillo che funge da richiamo per le allodole designate è molto simile a un “facciamo attenzione a quello che abbiamo fatto, stiamo facendo e potremmo fare alla natura di questo nostro pianeta”.

E fin qui, forse, tutti d’accordo.

Almeno all’ingresso.

All’uscita, il disincanto è grande.

È una Triennale che pare “mettersi in cattedra”, senza volere davvero raggiungere chi viaggia-cammina-guarda-osserva-legge tutto quello che è esposto, lasciando in sospeso,

per tutto “il tragitto”, la voglia dei visitatori di essere resi in qualche modo partecipi di un ambizioso progetto.

Forse sta proprio qui l’inganno, che sempre più spesso colpisce le sempre più numerose mostre: una Triennale non è un libro da sfogliare, e non è un catalogo da consultare; una Triennale è fatta di spazi che dovrebbero dialogare architettonicamente, e non solo, con quanto esposto, per riuscire a raccontare qualcosa a chiunque abbia la voglia e la curiosità di spendere 18 euro per varcare la soglia di un qualsiasi luogo; in qualsiasi parte del mondo.

In questo, questa Triennale, a nostro umile parere, ha fallito.

Lunghi e alti corridoi accompagnano il visitatore facendolo sentire un vuoto a perdere nel vuoto cosmico, per terminare infine in cieche pareti verticali, in cui la sola cosa visibile esposta sono i rossi estintori dei Vigili del Fuoco.

Ampie sale espositive giocano su due livelli di percorso-racconto, così che, scegliendone uno, si perde automaticamente l’altro, a meno di ritornare sui propri passi; passi che si srotolano (fra l’altro) annusando un’aria che sa pesantemente di gomma (effetto cercato e voluto?)

Padiglioni freddi e asettici raccontano e descrivono la natura utilizzando allestimenti in cui la natura stessa è presente sempre e soltanto in forma di video-foto-plastici-luci-grafici-suoni.

Inesplicabili sale degli specchi (che sanno molto di luna-park) vorrebbero raccontare la storia delle piante, salvo mostrare, all’uomo comune, soltanto la naturale deteriorabilità del materiale usato come pavimento.

Piccole e buie “sale d’essai” avrebbero voglia di mostrare al pubblico la vita nascosta delle piante; peccato non avere progettato un paio di utili disimpegni, così che le lame di luce provocate dall’ingresso dei nuovi entranti, non rovinassero ogni volta l’effetto “sempre buio in sala”, e la concentrazione.

Pannelli da 3 metri per 5 vengono posizionati “di taglio” rispetto all’ingresso al padiglione del quale dovrebbero spiegare “il concept”, diventando così dei terribili “fuori scala”, illeggibili e quindi inutili, non avendo il povero visitatore lo spazio e la distanza sufficienti a “cogliere” il “maestoso tutto”.

Se per caso (o per merito) un padiglione riporta alla luce la scala “martoriata” di uno scultore (le cui sculture sono visibili nel vicinissimo giardino della Triennale), sarebbe carino che le didascalie che spiegano l’incredibile storia di questa “scala-scultura” non fossero nascoste e completamente illeggibili perché totalmente al buio.

Se si vuole esporre “l’importanza e l’utilizzo della melanina su scala architettonica per specifici contesti ambientali”, dato che l’argomento non è né semplice né “da tutti i giorni”, sarebbe utile alla causa che, chi si mette di fronte a un totem nero dal quale sbucano “strane forme”, fosse in qualche modo aiutato a comprendere quanto gli sta davanti, senza doversi sentire la scimmia di Kubrick; perché poi vien davvero voglia di “spaccare ossa!”

Era davvero importante, se non necessario, mostrare scrivanie i cui divisori sono carcasse (?) di “Air” (usati, certo: è tutto qui il trucco?) o i cui “spessorini-aggiusta-altezza” sono degli smartphone “alla mela?” (è questa la comunicazione al pubblico di una nuova via della battaglia eco-sostenibile?)

È giusto dedicare stand espositivi da “mercatino dell’usato fuori porta” a paesi che invece, forse, andrebbero un pochino aiutati e supportati, in certi frangenti, e a certe altezze?

È solo una battuta di dubbio gusto quella che vede una sala in cui una pianta dalle impolverate foglie recita il ruolo di portavoce della “nazione delle piante” all’ONU?

Certo, la natura è tòrta, di questi tempi.

Ma questa Triennale non aiuta a ripensarla e a riviverla.

Fatta eccezione, forse, per un singolo momento.

Un momento che emoziona e che rimane “dentro”; senza troppe spiegazioni, senza tante evoluzioni, senza inutili complicazioni: un lui e una lei, semplicemente, amabilmente, teneramente abbracciati.

Questo, probabilmente, è il messaggio più forte che esce da questa exhibition:

l’amore, senza tempo, è la forma più forte e più poetica di natura.

 

Coltiviamo Amore!