Points of view

Bauhaus: la scuola di Gropius, Breuer, Schlemmer e… Bela Lugosi!

14.02.2019 | By PAOLO BOCCHI

“Il Bauhaus compie 100 anni; Bela Lugosi’s Dead, il singolo dei Bauhaus,
spegne 40 candeline: è tempo di anniversari importanti per il marchio Bauhaus!
Ecco un racconto, in 4 punti e 4 esempi, di cosa è stato il Bauhaus e di chi sono stati i Bauhaus. L’arte è al potere!”

Walter Gropius, Teatro Totale, 1927

Il teatro totale di Walter Gropius è un progetto, rimasto purtroppo solo sulla carta,
firmato da Gropius per il regista Erwin Piscator. Si tratta di un progetto che, all’ennesima potenza, vede esplicitati, nella teoria, e a seguire nei disegni esecutivi, molti dei concetti che stavano alla base dell’educazione scolastica “Bauhaus”. Il teatro di Gropius rompe ogni schema, rivoluzionando le abitudini degli attori in scena e del pubblico pagante. Il teatro diventa uno strumento, una macchina, un luogo in cui il vecchio rapporto di frontalità fra attore e spettatore viene superato da un’invenzione: una rotazione fisica del palco, impensabile e inimmaginabile prima di Gropius. Il teatro totale di Gropius vede, all’interno
di una pianta ellittica, una parte circolare del palcoscenico che ha la capacità di ruotare, venendosi così a trovare, alla fine della rotazione, nel centro stesso del teatro, abolendo così ogni distanza fra platea e palco, e rendendo al contempo gli spettatori parte integrante dello spettacolo in atto. Nel teatro pensato da Gropius, gli attori sono spettatori, e viceversa. Questo, in pratica, è il linguaggio Bauhaus.

Marcel Breuer, Wassily Chair, 1925

Fino al 1925, quando qualcuno parlava di “sedia”, si riferiva a un oggetto pensato e realizzato per far accomodare degli esseri umani, manufatto in legno nella quasi totalità delle sue infinite versioni. Improvvisamente, uno studente di nome Marcel Breuer, all’età di soli 23 anni, progetta “una svolta epocale” nel mondo delle sedute. Il suo nome è B3 o Wassily,
e la sua storia ha origine da un semplice telaio di bicicletta, unito a un profondo, intelligente e libero pensiero laterale. Marcel Breuer usava per i suoi spostamenti una bicicletta Adler. Osservandone le varie componenti durante le sue biciclettate, Marcel si innamorò delle curve del telaio della sua due ruote, e pensò che avrebbe potuto utilizzare lo stesso materiale, e le stesse curvature plastiche, anche in altri campi, che non fossero i velocipedi. Da questo spunto nascono le linee, inarrivabili, della sua Wassily, prodotta da Knoll;
ancora oggi uno dei best-seller dell’importante marchio. Icona del design, nata da un’intuizione “a pedali”, la sedia Wassily appare inossidabile a inutili migliorie. I giochi e i vuoti che creano la sua struttura in acciaio cromato e i suoi sedile-schienale-braccioli in cuoio, sembrano la rappresentazione tridimensionale di alcuni quadri di Wassily Kandisky, pittore al cui nome è dedicata la sedia di Marcel Breuer.

Oskar Schlemmer, Bauhaus Logo, 1922

Nei costumi di Oskar Schlemmer e nelle sue idee per rappresentazioni teatrali ci sono infiniti mondi di riferimento. C’è l’Arlecchino marionetta bergamasca, interpretata nel tempo, nelle sue flessuose rigidità, dal grandissimo Ferruccio Soleri. C’è il geometrico e lunare David Bowie tra-vestito da maschera di Pierrot, nel video Ashes to Ashes. Ci sono i salti temporal-spaziali catalani del “teatro-circo-musica-danza-video-effetti multimediali-fisicità” targato Fura dels Baus. E ci sono le copertine “senza tempo” delle più importanti riviste di moda di “tutti i tempi”. Questo, sicuramente, ma anche molto molto altro è stato Oskar Schlemmer, pittore, scultore e coreografo tedesco, che con il suo “Triadisches Ballet” unisce il surrealismo meccanico a colorati costumi geometrici, riformando “in toto” la scenografia teatrale, tedesca e non. Non di solo teatro visse Schlemmer, però. Suo, ad esempio, il magistrale disegno grafico che diventa il logo Bauhaus. Partorito da Oskar Schlemmer nel 1922, questo disegno attraversa intatto quasi sessanta anni di storia, di grafica e di costume, per diventare, nel 1978, il logo ufficiale di una band che lascerà un segno indelebile nella storia del rock. Il nome della band? Bauhaus.

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Le biquette (@lebiquettevintage) on

Bauhaus, Bela Lugosi’s Dead, 1978

Andò più o meno così: Daniel aveva in testa un riff che partiva dalle cose che ascoltava di Gary Glitter per poi rallentare il tutto “a strappi”; Pete aveva letto un articolo su Bela Lugosi, uno dei primi attori a interpretare “seriamente” Dracula in un film che si dicesse tale, e aveva le liriche pronte per essere cantate, oltre a una voce, “influenzata dal freddo”, che si rivelò perfettamente “profonda” per il tema trattato; Kevin si sedette alla batteria e attaccò a suonare un “bossa nova beat”; David lo seguì con una linea di basso essenziale e scarna, ma terribilmente efficace nel saper creare un’atmosfera unica. La band, in quella occasione, suonò senza sosta per 9 minuti e 35 secondi circa. Il pezzo era pronto. Bela Lugosi’s Dead fu scritto durante la prima sessione di prove dei nascituri Bauhaus. E fu registrato, in seguito, da Dereck Tompkins, al primo “take”, in studio: durata 9 minuti e mezzo circa. Fatto. Finito.
Era appena nato un pezzo “eterno”; uno di quei brani che è stato figlio di un “momento irripetibile”; Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus è la “Stairway to Heaven” del Post Punk/Goth Rock. In occasione del 40° anniversario dell’uscita del singolo, viene realizzato un disco intitolato “The Bela Sessions EP”, per riproporre nuovamente l’attimo storico in cui venne data alla luce la gemma “goth” di sempre: Bela Lugosi’s Dead, Bauhaus!

 

View this post on Instagram

 

A post shared by acidbitter (@acidbitter) on