© Ela Bialkowska
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Antony Gormley: A Firenze un artista che pone domande migranti

20.03.2019 | By PAOLO BOCCHI

Ha luogo a Firenze, nell’aula Magliabechiana degli Uffizi, dal 26 febbraio al 26 maggio del 2019: si intitola “Essere”, e segna il ritorno dell’artista Antony Gormley, e delle sue opere, in Italia.

Courtesy of Galleria Continua - Ela Bialkowska

Antony Gormley non porta certo a spasso l’immagine stereotipata dell’artista “genio&sregolatezza”. Il suo look, e i suoi atteggiamenti, non sono mai estremi,
né quantomeno irriverenti.
Partecipando a una sua mostra, potreste scambiarlo con un causale visitatore delle stessa, se non conosceste prima il suo aspetto.
Eppure, alle sue esibizioni, Antony Gormley è spesso “pluripresente”, avendo deciso di utilizzare proprio il suo corpo come oggetto-soggetto e strumento materico per raccontare la sua ricerca archeologica-antropologica-scultoreo-architettonica del corpo umano in qualità di contenitore di ciò che è contemporaneamente “memoria” e “trasformazione”.

Courtesy of Galleria Continua - Ela Bialkowska

I corpi, le sue sculture, sono contenitori di menti in perenne evoluzione, che si interfacciano, ogni volta, con architetture, scenari, paesaggi, geometrie, spazi sempre diversi fra loro.
“Essere”, ennesimo capitolo di un lavoro che indaga da tempo il rapporto fra spazio e corpo, vede Gormley mettere a dialogare due sue opere: Passage, del 2016, e Room, del 1980.

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Sarà messa in scena, a Firenze, la battaglia, fisica e cerebrale, tra la stasi e il movimento del corpo umano; fra ciò che definiamo immaginazione e ciò che chiamiamo realtà.
Sono temi, questi, che da sempre appassionano Antony Gormley, artista “old school”,
con una formazione tanto accademica quanto pionieristica.

Courtesy of Galleria Continua – Ela Bialkowska

Gormley torna in Italia dopo avere già lasciato alcuni segni sul territorio italiano;
ricordiamo ad esempio la sua installazione intitolata Time Horizon, nel 2006, in Calabria,
nel sito chiamato Scolacium, dove a colloquio con pre-esistenze architettoniche greco-romane, pose 100 rappresentazioni scultoree in ferro di sé stesso, in scala 1:1, a popolare, alla stessa altezza, un orizzonte temporale teorico.
Antony Gormley, e le infinite rappresentazioni di un simbolico sé stesso, hanno già presenziato anche a Firenze, nel 2015, con la mostra Human, che si tenne
negli spazi del Forte Belvedere; una mostra in cui sessanta elementi, presi dal ciclo Critical Mass (60 “calchi” del corpo di Gormley), e quarantatre elementi facenti parte di Blockworks (43 rappresentazioni architettoniche di un corpo umano) aiutarono i visitatori della mostra a ri-vedere, con occhi diversi, un’architettura che, nel corso dei secoli, si era trasformata, modificandosi da forte armato ad artefatto museale, cambiando, così facendo, anche il suo significante: da “potere” a “paranoia”.

Courtesy of Galleria Continua - Ela Bialkowska
Courtesy of Galleria Continua - Ela Bialkowska

E poi ci sono tutte le altre volte in cui Gormley “mette in crisi” le sicurezze degli spettatori.
Ad esempio con la sua Firmament, presso la White Cube Gallery di Londra, quando nel 2008, repliche di Antony rendono precario il senso dell’equilibrio a chi visita una sala in cui le sculture rappresentanti Gormley sembrano avere vinto la forza di gravità, provenendo da un altrove che non conosce i concetti di verticalità, orizzontalità, alto, basso.
O, ancora, con la sua Breathing Room, del 2010, in cui le strutture interne di un corpo umano, fatte di tendini e vene, diventano geometriche ragnatele illuminate, così da accendersi, respirando, per “catturare” i corpi dei visitatori della mostra.

Chris Howells
Chris Howells

Le opere di Antony Gormley sono dotate di una poesia senza tempo, e portano avanti,
in silenzio, una rivoluzione culturale che non ha fretta, e che, come un’onda, continua, imperterrita, a perseguire la sua missione. La visione, in quel di Crosby Beach, Liverpool,
delle statue facenti parte dell’installazione “Another Place”, ammantate di un velo di neve, nel freddo inverno del 2018, mentre guardano, le gambe affondate nella sabbia per metà,
un mare che fa da orizzonte-mèta-destino-partenza-arrivo, pongono domande e forniscono risposte che, mai come ora, sembrano non sono attuali, ma quasi, visionariamente, “migranti”.