Culture

Adjaye, Adeyemi, Kere: 3 architetti neri

06.05.2019 | By PAOLO BOCCHI

Quando si parla di architetti e designer, si pensa (quasi) sempre, a pallidi nordici,

a grigi milanesi o a gialli giapponesi. Noi, qui, raccontiamo di 3 architetti neri,

nati in Africa.

Dièbèdo Francis Kèrè

(Gando, Burkina Faso)

Diébédo Francis Kéré è nato nel 1965 a Gando, un villaggio nel Burkina Faso. E ha studiato alla Technical University di Berlino. La sua è un’architettura dedicata al sociale, al 100%.

No finzione. No fama. No ego. Kéré, berlinese di adozione, ha come scopo, nella sua vita, quello di impegnarsi in un tipo di edilizia costruttiva “senza fronzoli”, “senza grassi aggiunti”, “senza arzigogoli”. L’idea di architettura di Kéré si basa sul basilare concetto di “necessario”.

Non ci sono disegni “abbelliti” o “alla moda”. Non ci sono voli pindarici da architetto alle prime armi che vuole lasciare un segno del suo passaggio su questa terra. Non ci sono correnti di pensiero architettoniche da in-seguire a occhi chiusi. Ci sono progetti, quasi tutti africani,

il cui limite economico si fa strumento e regola di progetto. Come Franco Albini (architetto e designer, 1905-1977), che amava dire “senza vincoli non so progettare”, Kéré sa quali sono i suoi paletti, e li rende “la leva” per progettare una meravigliosa architettura nuda, di rara e inusuale bellezza. I suoi progetti sono essenziali, apparentemente semplici, e rispondono in pieno ai bisogni reali della popolazione per cui vengono realizzati. In fondo, questa, è la migliore architettura possibile. Da sempre.

 

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Kunlè  Adeyemi

(Kaduna, Nigeria)

Kunlé Adeyemi è l’architetto che rappresenta “il bene” e “il male”. Per parlare di lui occorre parlare del suo progetto più famoso, più conosciuto, più premiato. Ci riferiamo al suo progetto denominato “Makoko Floating School”. Un progetto di scuola galleggiante pensato e realizzato per i bambini-studenti di Makoko, una comunità – slum che vive sull’acqua. 90.000 persone (se mai fosse realmente possibile contarle) che popolano una “Venezia nera” (soprannome tanto romantico quanto senza senso) situata nella laguna alla periferia di Lagos. Adeyemi, allievo di Rem Koolhaas, decide di regalare il sogno di una scuola pubblica galleggiante a questa città-illegale. Il suo prototipo di Floating School, che diventa in breve “un simbolo di speranza” per Makoko, e i suoi abitanti, viene premiato, alla Biennale di Venezia (quella vera) nel 2016, con il Leone d’Argento. Per Adeyemi è la fama, internazionale. Per Makoko la conferma di essere qualcosa di importante. Peccato che, una settimana circa dopo la consegna del premio, la scuola collassi, e ceda strutturalmente, ricadendo su sé stessa. Da qui le inevitabili polemiche: un vero tentativo da parte di Adeyemi di aiutare Makoko, o un semplice escamotage per farsi conoscere nel mondo?

La diatriba è ancora in corso.

 

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David Adjaye

(Dar es Salaam, Tanzania)

David Adjaye è una star. Innanzitutto è “SIR”, quindi non è più solo un architetto,

ma è diventato “Sir David Adjaye”. In più, David non è più “solo David”, ma è diventato “Adjaye Associates”; studio fondato nel 2010 da David, che oggi ha uffici a Londra, New York, e che ha realizzato progetti in Europa, Nord America, Middle East, Asia e Africa.

Ricordiamo, fra i suoi lavori: National Museum of African American History and Culture (Washington DC), Rivington Place Gallery (London), Aishti Foundation arts and shopping complex (Beirut), Moscow School of Management (Mosca), Alara Concept Store (Lagos), Sugar Hill museum and housing development (Harlem, New York), Ethelbert Cooper Gallery of African and African American Art (Harvard University), Museum of Contemporary Art (Denver), The Nobel Peace Center (Oslo).

David Adjaye, architetto e personaggio “solido”, ha detto, in questo 2019, questa cosa:

“Museums, monuments and memorials should be sites of resistance against those

“propagating fictions” about climate change, civil rights or the holocaust”

Una pietra posata, da architetto, a futura memoria.

 

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