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Adam Pendleton: next ‘big thing’ o ‘déjà-vu?

20.12.2018 | By PAOLO BOCCHI

“Ne dicono, tutti, un gran bene. Lui è Adam Pendleton, 34enne artista from Virginia, che ha appena riscosso grande successo a Londra, con la sua mostra Our Ideas. Le sue opere lavorano su temi quali lettering, lettere, testi, linguaggi, significati, visual. A voler ben vedere, in Italia, qualcuno ha già lavorato, e lavora tutt’ora, su questi temi. Con risultati che…”

Wallpaper, la prestigiosa rivista, lo battezza, nel numero di Ottobre 2018, come il nuovo “enfant terrible” dell’arte contemporanea. E lo descrive come “art’s new ideas man”.
Lui è Adam Pendleton, è nato a Richmond, in Virginia, USA, nel 1984, e ha quindi 34 anni in questo 2018 che sta per finire. La storia dice che tutto ebbe inizio quando l’artista Sol LeWitt decise di comprare una sua opera, diventando così il suo primo collezionista, e aprendo la strada del successo, nel difficile e intricato mondo dell’arte, a un diciottenne Adam Pendleton. La storia dice anche che Adam Pendleton è stato il più giovane artista a essere messo sotto contratto dalla Pace Gallery, dai tempi d’oro degli anni 70.

 

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La sua recente mostra alla Pace di Londra, intitolata “Our Ideas”, è stata un indubbio successo, di critica e pubblico.
Tutti entusiasti.
Ma questo Adam Pendleton, è davvero la “next big thing” dell’arte contemporanea?
O è solo l’ennesimo prodotto di un mercato che vive di proposte “ready-made” già viste e riviste?
Recita la critica che il lavoro di Pendleton “è una sapiente miscela di “lettering, testi, linguaggi, visuals” che diventa, su tela, l’espressione, visivamente potente, “di un messaggio contemporaneamente esplicito eppure astratto”.

 

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Come al solito, poi, si scomodano (come ormai da troppo tempo) i padri del pensiero che stanno dietro al lavoro di Pendleton:
Martin Luther King e Malcom X. E qui inizia a farsi sentire, in maniera molto forte, quel sentore di “dejà vu”. Sentore che, guardando le sue opere, non può che farsi ancora più acre, ripensando, molto semplicemente, a quel Jean Michel Basquiat che, per porre l’accento e l’attenzione sui testi che inseriva nei suoi quadri, utilizzava furbescamente, e molto intelligentemente, delle sottolineature-cancellature per mettere i riflettori sulle parole che più voleva colpissero il pubblico. Ma di esempi di lavori che utilizzano il testo, in maniera sopraffina, ne esistono infiniti, anche, e soprattutto, proprio in Italia. Ecco perché Adam Pendleton non convince, anzi.
Filippo Marinetti (1876-1944), nelle sue opere che segnano e delineano il futurismo, fonde il suono onomatopeico delle parole ad una grafica libera da maglie, presentando magìe che risuonano nelle menti di che le osserva…Zang Tumb Tumb!

 

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Emilio Isgrò (1937), decide di cancellare alcune righe di alcuni testi di alcuni libri, fornendo al lettore-pubblico, nuove visioni e nuove angolazioni delle stesse lettere-parole-frasi, e unendo al contempo una filosofeggiante esperienza artistica, fatta di un bianco&nero mai visto prima.
Giuseppe Capogrossi (1900-1970), utilizza un unico segno grafico, che deriva dall’unione di un carattere cinese e di uno italiano, per elaborare complesse unioni aristocratiche su tela, che giocano sull’assenza, sulla presenza, e sulla fusione di una cifra stilistica forte e riconoscibile.
Alighiero Boetti (1940-1994), decide di inserire il linguaggio, a colori o in bianco&nero, in quadrati prestabiliti, dando vita così a rigide poesie geometriche, modularmente inscatolate eppure piene di fantastica libertà espressiva.

 

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Luca Barcellona (Milano, 1978), che con la sua “calligrafia” sposata al linguaggio espressivo dei “writer” di strada, ben combina la disciplina del gesto, che porta con sé qualcosa di orientale, con il pensiero ribelle dell’espressione giovanile e gergale; il tutto è meravigliosamente espresso in un video in cui Luca Barcellona “colloquia” in silenzio con il maestro di karate Dario Marchini.

Infine, per chiudere, lasciando aperta la porta della discussione in merito, ecco Ivan Tresoldi (Milano, 1981), che con le sue poesie metropolitane pittate in rosso e nero sui muri meneghini, provoca reazioni cittadine utilizzando spazi abbandonati per regalare momenti di profonda riflessione alla sempre troppo veloce Milano.
Quelli citati sono solo alcuni esempi.
Ecco perché, in fondo, questo Adam Pendleton che utilizza lettering e titola Our Ideas,
vince in terra americana e inglese,
ma non riesce a convincere l’esperto e navigato suolo italico dell’arte.