Points of view

A century of Fashion Photography: una mostra dove le parole sono decisamente di troppo

19.09.2018 | By PAOLO BOCCHI

Icons of style: A century of Fashion Photography, 1911 – 2011.
Questo il titolo della mostra in corso a Los Angeles, fino al 21 di Ottobre di quest’anno, presso il Getty Museum. Una mostra dove le parole sono, decisamente, di troppo

Una fotografia di moda, quando è scattata da un maestro,
è spesso la sintesi più efficace di un’epoca intera.
Più di mille parole. Più di mille definizioni. Più di mille discorsi.
Uno scatto. That’s it.
L’insieme, la trama, la grana. Tutto colpisce, e rimane lì, a futura memoria, a lasciare intatti i ricordi e i bordi, i tagli e i colori, le acconciature e i dettagli.
I maestri, e le loro fotografie.
Per sempre.
Riguardare le loro immagini a distanza di qualche anno o decennio non fa che rendere questi maestri, visionari artigiani della macchina fotografica, dei veri e propri “testimoni scattanti” del loro rispettivo tempo; vissuto, descritto, amato.
Icons of style: A century of Fashion Photography, 1911 – 2011.
Questo il titolo della mostra in corso a Los Angeles, fino al 21 di Ottobre di quest’anno,
presso il Getty Museum.
Summa. Riassunto. Viaggio.
L’immaginazione non è riuscita a stare al potere, l’immagine sì.
E questa mostra lo dimostra.
Mettendo in scena un secolo intero: il 900.

Facciamo dei nomi, presenti, ai muri, ipotizzando un percorso temporale.
Edward Steichen, con le prime immagini “artistiche”, nel 1911, direttamente per le pagine
del magazine Vogue. È l’inizio del novecento, e le sue foto sono delicate carezze, a tratti così soffici da sembrare morbide espressioni della socialità del tempo.
Nel 1923, Martha Wynn Richards, pionieristica foto-giornalista, segue ancora stilemi ritrattistici, ponendo i suoi scatti gelatinosi a cavallo fra i ritratti di fine 800 e l’attualità
che la sta investendo.

Le foto posate “saltano” nel 1934, con un’immagine come quella immortalata dall’ungherese Martin Munkacsi, e titolata, per l’appunto “Jumping a puddle”.
Cecil Beaton, nel 1941, fa un doppio salto mortale, portando la guerra, e la sua carica distruttiva, a contatto diretto con la bellezza della moda. “Fashion is Indestructible”,
si intitola il suo scatto. E ogni commento all’opera, ancor oggi, risulta superfluo.
Tutto cambia. Decisamente. Dopo la guerra.
Se nel 1955 Lilian Bassman ci fa toccare con mano la raffinata eleganza di quegli anni,
10 anni dopo, nel 1966, la foto di Neal Barr sembra catapultare chi la guarda nel futuro prossimo venturo. Siamo al rock, a David Bowie, a Elton John, al trasformismo,
alla caduta dei “generi” e delle “barriere”.

Negli anni ’70 la fotografia di moda incontra Helmut Newton, e niente sarà più come prima. L’asticella del contenuto abbandona per sempre la “semplicità” della descrizione del “semplice” capo, introducendo negli scatti nuovi e complessi linguaggi, facendo perno sulla seduzione espressa in un solo attimo, potentemente e voluttuosamente statico.
Gli anni 80, l’edonismo reaganiano. Le modelle salgono al potere calcando, come dive anni 50, passerelle che diventano palchi dorati, per un nuovo concetto di star; e le fotografie di Herb Ritts, pronte a suggellare e immortalare il fatto.

Tutto sembra cambiare nuovamente, in maniera importante, ancora, quando si osserva uno scatto come quello di David Sims per Yohji Yamamoto, nel 1995.
Movimento. Danza. Calci. Postura a metà fra un’esperta karateca e una cantante post-punk.
È il grunge, baby.
Ed ecco arrivare, velocissimo, il treno dell’anno domini 2011.
Mercer Street.
New York.
Foto di Schott Schuman.
The Sartorialist.
Digital Times,
here we are!

p.s. altri nomi&cognomi presenti in mostra, presi a caso ma non troppo: Richard Avedon, Bruce Weber, Guy Bourdin, Sheila Metzner, Glen Luchford, ecc…